20/02/2020 - Pochi attimi di libertà

Abbiamo iniziato a spostarci verso nord, la nuova capitale Naypyitaw voluta dal passato regime militare offre poco, è una città nuova e quindi non ha storia. Da qui però si raggiunge in un paio d’ore il lago Inle, una delle maggiori attrazioni del Myanmar. Le sue rive, costellate di piccoli e caratteristici villaggi, sono abitate dal popolo Intha (figli del lago), grandi pescatori in queste acque con la pericolosa tecnica di stare in equilibrio su una gamba sola, usano l’altra per remare e con le mani pescano con una particolare rete fatta a cono.

In un villaggio a bordo lago vive una rappresentanza delle donne Kayan, le donne dal collo allungato da anelli pesantissimi. La loro regione originale è più verso le montagne a sud ma è un popolo che fatica a sopravvivere. Questo sparuto gruppo raccoglie denaro onestamente vendendo proprio artigianato e aiuta così il loro fragile equilibrio di sopravvivenza.

Proseguendo verso nord raggiungiamo Mandalay, città predestinata dal Buddha circa 2.400 anni fa quando risalì a piedi la sua grande collina che domina la città. Qui visitiamo una scuola di formazione di monaci, maschi con la tunica rossa e femmine con la tunica rosa. Grande emozione e tenerezza nel venire circondati da questi bambini rumorosi e felici. 

Ed eccoci al ponte U Bein, il ponte in teak più lungo del mondo; 1.200 mt di passerella sul lago Taungthaman, affollato costantemente di turisti per lo splendido colpo d’occhio che offre al tramonto. Qui, passeggiando in attesa del calar del sole, incontriamo una donna che tiene chiusi dentro ad una gabbia una dozzina di piccoli gufi. Disgusto e orrore sono i primi sentimenti; il gioco è chiaro, tu mi paghi tre euro ed io te ne faccio liberare uno. Cristina d’stinto vorrebbe comprare tutta la gabbia ma la convinco che tanto quei poveri animali ritornerebbero in breve tempo in prigione, arricchiremmo solo l’aguzzina. Ci allontaniamo di due passi ma poi non ce la facciamo, torniamo indietro e regaliamo qualche attimo di libertà ad almeno uno di quei poveri uccelli. Il tempo di scattare una foto e lo vediamo volare via incerto e posarsi sul ponte a pochi passi da noi. Già un ragazzino si stava avvicinando per catturarlo quando riesco a spaventare un po’ il pennuto e a farlo volare via in un boschetto lungo la riva. 

Lo so che quello che abbiamo fatto è sbagliato, massimo un paio d’ore e quel piccolo gufo tornerà in quella gabbia, però un po’ di gioia nel dispiegare nuovamente le ali nel cielo spero proprio che l’abbia provata.

 

Un abbraccio

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